giovedì 20 dicembre 2012

14 videogames acquisiti dal MoMA in mostra per Game Art Gallery

Villa Camperio, Villasanta - Italia, fino al 6.1.13 la nuova mostra organizzata da Game Art Gallery insieme a GameSearch

a cura di D. Ferrari e L. Traini




Di videogiochi,  di arte e di altre sciocchezze
Intro di Andrea Peduzzi

Da un paio d’anni a questa parte il dibattito sul rapporto tra arte e videogame è letteralmente esploso, e la domanda che galleggia nell’aria è sempre la stessa: “i videogiochi sono arte?”. Ad accendere la miccia è stato il critico cinematografico Roger Ebert, autore di un articolo piuttosto severo intitolato Video games can never be art [1] che ha contribuito a dividere appassionati e addetti ai lavori in due categorie: quelli che difendono ciecamente il valore artistico dei videogame, sempre e comunque, e quelli che per pudore o snobismo preferiscono considerare la questione oziosa e tutto sommato inutile: incredibilmente nella seconda squadra rientrano alcuni tra i giornalisti e game designer più bravi che conosco, il che vorrà pure dir qualcosa. Recentemente la posizione di Ebert - la si indovina in fretta dal titolo del pezzo - è stata indirettamente appoggiata anche da Jonathan Jones, critico d’arte del Guardian, attraverso l’articolo Sorry MoMA, video games are not art [2].
Pole Position, by Filippo Scaboro, acrilico su tela montata su tavola, 2012.
[Dedicato a Grand Track 10 di Atari per la mostra vicino all'autodromo di Monza]



Ora, se fossi pigro come vado dicendo a chi mi conosce bene, potrei semplicemente fare uno sbadiglio davanti alle considerazioni di Mr. Ebert e Mr.Jones, voltarmi dall’altra parte e schiacciare un pisolino: d’altronde, leggendo gli articoli in questione, mi pare evidente che questi signori non bazzicano i videogame nonostante tutti i caratteri spesi a dimostrare che no, non possono assolutamente essere arte. Quello che emerge realmente da questi articoli è il rifiuto preconcetto di sporcarsi le mani con qualcosa che non si conosce e che non si capisce, ma con cui ci si sente in dovere di fare i conti. Ciò detto, evidentemente sono meno pigro di quel che mi faccio, perché proprio non riesco a sottrarmi alla tentazione di sgranocchiare le tesi di Ebert e Jones, a cominciare dalla prima (che riassumo con un poco di licenza): un’opera d’arte è sostanzialmente la reazione di un singolo artista alla vita, un’intima necessità, e i videogame non possono essere considerati oggetti artistici in quanto creati da uno staff di professionisti. Ora, a prescindere dal fatto che un’artefatto può benissimo nascere da un processo creativo collettivo (basti pensare al cinema, al teatro o alla performance art), questo postulato rischia di spostare pericolosamente l’indagine dall’opera verso l’agente che la produce, mentre io trovo più interessante concentrarmi sull’esito di un processo creativo, piuttosto che sul processo in sé. D’altronde, come ha scritto una volta un grande esperto di cultura popolare, “è la storia, non colui che la racconta”. Ora, il videogioco per la sua natura multimediale è inevitabilmente il prodotto di uno staff; nel videogioco s’incontrano musica, arti visive, cinema, architettura e letteratura (Wagner parlerebbe volentieri di Gesamtkunstwerk [3]).Poi, naturalmente c’è il game design. Così, se da un lato è lecito identificare nel game designer la tanto auspicata figura autoriale che governa il processo creativo, dall’altro non possiamo dimenticare l’apporto di artisti, musicisti o scrittori, i cui lavori (bozzetti, musiche o illustrazioni) possono eventualmente rivelarsi oggetti d’arte stand-alone.

Se invece decidessimo di assecondare la tesi di Ebert e Jones, anche in questo caso ci sarebbe di che criticare. La Game Art (quella con le iniziali maiuscole, illustrata da Matteo Bittanti nel provocatorio articolo La Game Art di Eddo Stern [4]) prevede un utilizzo consapevole del videogioco come strumento critico, traghettato (ancora meglio, rimediato) dalla sua iniziale condizione industriale verso una dimensione puramente artistica e d’autore. In questo caso le esigenze epistemologiche dei due critici sono soddisfatte, e automaticamente spogliate di significato.
L'altra grossa obiezione mossa al videogioco starebbe nella sua natura ludica, vista contestualmente (paradossalmente) come un limite: se gli scacchi non sono un’opera d’arte, osserva Jones, perché dovrebbero esserlo i videogiochi? La faccenda in questo caso si fa più spinosa e accende un dibattito ancora largamente irrisolto. Il mio punto di vista al riguardo è più o meno questo: se da un lato la natura composta e multimediale del videogioco lo eleva dal semplice oggetto ludico e lo trascina in una dimensione più alta, trovo comunque più interessante e sensato identificarne il quid artistico nel suo distinguo, l’interattività, e nella disciplina che la regola, il game design. Un gioco come Super Mario Bros. eccelle sotto il profilo grafico e stilistico, ma quello che lo rende speciale, quello che ne fa una vera e propria opera d’arte sono le scelte di design che propone al giocatore. Queste scelte si manifestano tanto nel sistema di controllo quanto nel level design, oltre che in mille piccoli colpi di genio frutto dell’“intuizione superiore” del suo auteur Shigeru Miyamoto, che supera di parecchie miglia il semplice mestiere e sfonda di prepotenza le porte dell’arte. Per cogliere appieno certe squisitezze occorre naturalmente una forte alfabetizzazione videoludica: bisogna aver giocato, e molto; solo in questo caso è possibile ascoltare tutte le note suonate dai game designer, persino quelle più basse. A conti fatti la natura artistica più intima di un videogioco andrebbe ricercata nel suo Rito, piuttosto che nel suo Mito; un rito in cui i novelli sacerdoti del digitale servono ai giocatori regole e contesti complessi, chiamandoli a partecipare alla creazione artistica in maniera solo apparente, perché una figura autoriale (ma non autoritaria!) sussiste eccome. In questi termini finisce per sciogliersi da sé anche l’annoso dilemma del giocatore/autore, altro casus belli della questione.

Ciò detto, non intendo certo sostenere che il videogioco sia sempre e comunque un fenomeno artistico; semmai è un linguaggio, un toolkit eccellente con cui costruire quello ci pare: intrattenimento, gioco puro, sport. E anche arte, naturalmente. Se si nega a priori quest’ultima possibilità aggrappandosi a sterili demarcazioni intellettuali, si rischia di sottovalutare uno dei media più rilevanti degli ultimi anni, forse quello che aderisce meglio ai tempi che stiamo attraversando. In questo senso, la decisione delMoMA di acquisire quattordici videogiochi “storici” nella propria collezione è solo uno dei tanti segnali da cogliere, perché osservando la realtà con il tipo giusto di occhi ci si accorge che ormai i videogiochi sono dappertutto: al cinema, in televisione e nella letteratura. I ragazzini degli anni Settanta e Ottanta sono cresciuti, molti di loro oggi sono sceneggiatori, scrittori o artisti, e hanno infuso la propria passione in dozzine di opere: dall’ultimo film Disney Wreck-it  Ralph, al cult letterario di Ernest Cline Ready Player One, fino alle serie tv, che sono diventate un autentico ricettacolo di citazioni videoludiche coltissime. I videogiochi non hanno più bisogno di essere legittimati, ormai si difendono benissimo da soli; e chi sceglie di chiamarsi fuori per paura o snobismo rischia di giocarsi uno dei dibattiti culturali più avvincenti e necessari degli ultimi anni.



[1] http://blogs.suntimes.com/ebert/2010/04/video_games_can_never_be_art.html
[2] http://www.guardian.co.uk/artanddesign/jonathanjonesblog/2012/nov/30/moma-video-games-art. Il pezzo è stato scritto per commentare l’acquisizione da parte del MoMA di quattordici videogiochi storici.
[3]“Opera d'arte totale”, il termine è stato adoperato da Richard Wagner nel saggio Die Kunst und die Revolution (Arte e rivoluzione).

[4] http://blog.wired.it/misterbit/2012/11/27/la-game-art-di-eddo-stern.html

2 commenti:

  1. Bell'articolo, complimenti.
    Ne approfitto per segnalarvi anche che i collegamenti fra parentesi quadre non funzionano (puntano direttamente al file DOC sul disco rigido).

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  2. Grazie dell'apprezzamento! Continua a seguirci :-)
    Ne approfitto per segnalare che i numeri nelle quadre sono solo il riferimento alle note a pie' pagina, non link.

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