Connessioni remote


la parte centrale del pavimento a 'connessioni remote' 
di Luca Traini



CROSSMEDIALITA’ ANTICA

Apro il catalogo della mostra di Lisippo a Roma e delle 1500 statue che gli attribuisce Plinio il Vecchio non sembra essere rimasto nessun originale se non forse tre. Forse anche un piedistallo. Forse.
Leggi che aveva inventato una tecnica per forgiarne in serie in bronzo e guardi le copie romane in marmo sopravvissute allo scempio del tempo.
L’opera di Lisippo sono dunque soprattutto memorie riportate su papiri di cui non resta traccia, da schiavi senza nome, tramandate da pergamene che hanno avuto in sorte, specie se latine, di non essere raschiate per far posto a relitti ricomposti di altre culture in una nuova. E qui penso alle commedie di Plauto e alla loro fonte principale: il palinsesto ambrosiano. Lì stavano scritte, prima di essere raschiate e far posto – per ragioni di risparmio? Per una condanna morale? Più il risparmio che la condanna, sembrerebbe – ai Libri dei Re della Bibbia, anch’essi frutto di una scelta (quasi nessuno di questi sovrani fa bella figura anche perché i regni erano due, la storia a noi pervenuta scritta da uno solo e poi il concilio di Calcedonia mille anni dopo voleva  separare il grano dal loglio, i cosiddetti apocrifi). E le commedie, per  tornare in scena e sulla carta avevano dovuto attendere altri mille anni e un cardinale, Angelo Mai, che con una spugna imbevuta di acido gallico aveva fatto riaffiorare per un po’ l’originale. Poi  la chimica, altro segno dei tempi, aveva di nuovo reso tutto quasi illeggibile e c’era voluto l’amore d’acciaio di uno studioso prussiano, Wilhelm Studemund, perché tornassimo a ridere su quelle pagine. Ci aveva rimesso la vista. “Se non ti amassi più dei miei occhi” aveva postillato a sua volta citando Catullo. Quando lo lessi la prima volta mi tolsi gli occhiali e piansi.
Torno a cercare d’intravvedere un originale di Lisippo su una moneta romana. Cerco una statua che non c’è più passando con moto bustrofedico  dalla foto riprodotta alle righe di un testo stampato da sinistra verso destra per la gioia di De Kerckhove (“Dall’alfabeto a internet”) e mia, da un JPEG di Google Immagini a una pagina web di Wikipedia a cui non so se fare aggiunte o meno. La statua di Alessandro Magno che alza gli occhi al cielo cercando il sole è a pagina 401 e fa il paio con la mia ricerca di una presa della corrente perché ho dimenticato ricaricare il portatile. Da una serie di affreschi della leggenda di Alessandro Magno riportati alla luce nel castello di Quart (AO) ebbe origine l’idea di fare una mostra su videogiochi e beni culturali ad Aosta nel 2009.
Ma dov’è l’opera antica?
Ascolti Paolo Moreno, emerito esperto dello scultore greco, dal canale che ha in Youtube, ne leggi l’intervista nell’archivio on line del “Corriere” e speri che abbiano davvero un fondamento, un basamento anche le attribuzioni al ”Pugile delle terme”, all’”Eracle” di Chieti, all’”Atleta” pescato al largo delle mie Marche e finito al Getty Museum di Malibù.
Ma anche non fosse così, c’è una storia di tecnologia che si fa arte e da una perfezionata meccanica di calchi in gesso moltiplica le statue in bronzo col sistema della fusione indiretta, si riflette in antichi specchi di metallo nel marmo delle copie romane e trapassa, sempre più impalpabile, nelle copie di papiro decomposto, affiora dalle pergamene raschiate per farsi più evidente nelle stampe d’epoca ormai ingiallite fino al catalogo del ‘95 acquistato remainder, all’”Eros a Tespie”  della pagina “Lisippo” in inglese di Facebook.
Vorrei twittare con Posidippo il dialogo in forma di epigramma che aveva dedicato alla statua del “Kairos”, è il momento:
“Chi lo scultore e da dove veniva?”
“Veniva da Sicione”.
“E come si chiamava?”.
“Lisippo”.
“E tu chi sei?”
“Sono il Tempo che controlla ogni cosa”.
Il tempo e lo spazio di una realtà aumentata dove ogni volta lo studio scientifico dell’arte è anche il sogno di una cosa: Michelangelo che non vuole completare il torso dell’Ercole Farnese e poi elogia le gambe della statua rifatte da Guglielmo della Porta a fronte di quelle originarie appena ritrovate. In realtà copie romane come l’Apollo del Belvedere, di altro scultore, pietra angolare di Winckelmann e della storia dell’arte contemporanea.
Tutto un mondo del doppio con cui ogni volta cerchiamo di definire la nostra identità tentando di inquadrare un passato che sfugge.
Come in questo momento di fronte a questa schermata, dove il ritratto di Aristotele dovrebbe essere l’ennesima copia del padre del Virtuale, Alessandro a cavallo un videogame (“Sparta II”) e l’Apoxyomenos era forse già negli Hyper Sports della Konami.
Crossmedialità antica.
Luca Traini

Lasse Schmidt Hansen e suoi lavori

Lasse Schmidt Hansen e la sfida dei pesi. Minimi.
di Debora Ferrari

In una società presa tanto a mappare il genoma umano quanto a tener da conto le preferenze dei profili dei consumatori, il lavoro di Lasse Schmidt Hansen sugli elementi quotidiani fa pensare alla ricerca di un entomologo. Paziente, minuziosa, ossessiva, pulita, dis-umana, questa prende vita più della vita per ribaltare la conquista del pianeta: oggetti dominano l’umanità e non viceversa.
Gli elementi visivi che Lasse compone per farne ‘piccoli monumenti domestici’ sono per prima cosa l’elemento materiale del suo pensiero (come emerge da alcuni titoli come ‘Making Things’ del 2011 o For objects and the infinite’ sempre del 2011) e subito dopo una materializzazione del noumeno che pervade la società occidentale: il prodotto.
L’oggetto-prodotto diventa così monumento figurale e al tempo stesso astrazione sia della sua corporeità che della sua funzione.
Ecco perché come un entomologo prende, disseziona, compone, cataloga gli elementi che caratterizzano i nostri ambienti (le stanze fotografate come luogo di riflessione ri-flessa e perpetuata ogni volta che uno sguardo si poserà su di essa), il nostro apparire (il golf nero del 2008 ‘In your eyes’ o il giaccone-cappotto appeso non con valore sciamanico alla Beuys, che pur l’artista ha considerato, ma con valore di guscio di lepidottero cristallizzato, impronta lasciata da chi ha abitato quel golf o il cappotto prima nello spazio e ora appeso al muro, sgonfio, perché abbandonato dalla sua anima che guarda caso è un corpo).
Potrebbe far pensare anche all’arte povera e al minimalismo, ma forse è ben più vicino a quella rivisitazione del readymade Duchampiano passato per Jasper Johns, Cage e Rauschenberg negli anni Sessanta e in Italia per Piero Manzoni, ovvero tramite il semplice enunciato “Questo è arte”. Ma in modo così radicato e così forte che penetra nel significato più profondo della manifestazione artistica, nel pensiero che ne anima le radici, ovvero la considerazione illuminante proprio di Johns scritta in Artforum nel 1968 che dice “…il lavoro ha cambiato forma attraverso un complesso rapporto tra nuovi materiali di tipo fisico e mentale…”. E da qui riparte Lasse, come possiamo vedere, nella sua arte: fisico e mentale sono una materia unica, inscindibile, solo apparentemente immobile quanto le stelle più lontane nel nostro cosmo osservate ad occhio nudo.
Fisico e mentale che si fondono sia nell’atto creativo dell’autore, sia nell’atto di vedere dello spettatore. Fisico e mentale che sono esasperati e accentuati dai contrasti cromatici o meglio non cromatici ma dati da bianco e nero, da luce e ombra, da spigolo e piano. Quasi portando la geometria a divenir respiro.
Lasse cataloga il mondo razionalmente spostando il senso delle cose per precipitarle in un silenzio apparente, ma carico di infrasuoni e ultrasuoni della società. Gli insetti non sentono, odono. Lasse sembra pizzicare la realtà fermando con spilli precisi le visioni che ritiene paradigmatiche.
L’artista non esprime se stesso, ma esprime l’opera. Con essa una visione di mondo così piccola, così personale, così particolare e unica da riuscire a divenire, quando assoluta e vera, icona della sua epoca, per tutti.
La pulizia necessaria all’opera di Lasse è funzionale al suo pensiero concettuale, ma anche a lasciare spazio di azione al rapporto col fruitore che può sentirsi parte della visione e non fuori da essa (che ci può far emergere ‘verbi’ di Kosuth e Buren, ma di fatto resta molto personale nel caso di Lasse).
Nato nel 1978, Lasse porta con convinzione i segni della sua generazione e della visione del mondo sociale e artistico a partire dalla Germania e dal nord Europa, spingendosi come un satellite oltre i confini grazie a una morbidezza poetica che non trascura, anzi accentua nel ritmo in cui espone i suoi lavori, creando installazioni precise e in rapporto allo spazio che ospita le sue opere.
Stasi VS movimento, pesi VS leggerezza, colore VS bianconero, geometria VS palpabilità, spazio 3D VS visione 2D… e la sfida dei pesi. Minimi.